tastiera nera

Attivismo da poltrona: quando l’impegno sociale diventa un click

La partecipazione civile alla vita politica di una comunità è sempre stata un sintomo di elevatezza. Oggi, grazie a internet, migliaia di persone ogni giorno firmano appelli, commentano articoli, fanno richieste alle autorità. Sembra che ormai tutti possano influenzare in qualche modo le decisioni dei politici e delle istituzioni. Ma quanto in realtà sono efficaci queste campagne? Sono una forma nuova ed efficace di partecipazione oppure sono una pura e semplice perdita di tempo?

La quantità d’informazione in circolazione è letteralmente esplosa negli ultimi anni ma spesso a questa esplosione non si è accompagnato un mutamento sociale della stessa portata, anzi, il più delle volte circolano campagne on line che hanno un impatto pressoché nullo. Ormai sono giornalieri gli appelli per salvare i bambini dalla fame in qualsiasi parte del mondo, le richieste di libertà per prigioneri di qualche regime, le raccolte firme contro una multinazionale o per i diritti degli animali. La domanda che sorge quasi spontanea è: quante di queste campagne riescono veramente a incidere sulle cause di cui parlano?

In realtà, molte delle mobilitazioni di massa degli ultimi anni sono il frutto di una combinazione efficace tra l’organizzazione fisica delle persone e l’uso del web come cassa di risonanza. I gruppi, associazioni o movimenti che sono riusciti ad avere un’incidenza reale sulle cause che rappresentano non basano mai il loro operato esclusivamente sul web, ma su strutture che funzionano in modo autonomo e che realizzano azioni concrete, anche di piccola entità ma lontane dalla retorica 2.0. Come dire, se c’è una struttura reale, internet può favorire enormemente il suo sviluppo, ma non è vero il contrario, ovvero che dal semplice uso della rete possa nascere qualcosa di concreto, se non proclami che circolano in modo perenne provocando inquinamento e confusione.

A questo proposito, da alcuni anni sono stati coniate due definizioni molto azzeccate: clicktivism e slacktivism. La prima è letteralmente l’attivismo da click, grazie al quale molte persone che sarebbero anche sinceramente interessate a partecipare alla vita pubblica sprecano tempo ed energie nella diffusione di inutili campagne sul web, dato che raggiungono sempre lo stesso bacino di persone, tra l’altro accomunate anche da idee politiche simili. L’illusione della partecipazione nasconde una costante immobilità, che spesso sfocia in delusione quando si arriva all’inevitabile constatazione dell’irrilevanza del proprio operato. La seconda definizione, lo slacktivism, si riferisce a coloro che usano il web come una scorciatoia per sentirsi parte di un processo sociale altrimenti troppo impegnativo. La parola inglese slacker, infatti, sta a designare una persona che rifiuta il lavoro a priori, anche se è in grado di farlo.

Un altro concetto interessante è interpassività, ovvero l’interattività povera, rinchiusa in pochissime e ripetitive azioni all’apparenza spontanee, ma ormai prive di senso critico. Il cyber-attivista che inconsapevolmente si rinchiude in una bolla informativa composta unicamente di fonti affini al suo pensiero, alla fine si troverà a compiere gesti meccanici all’interno di una realtà falsata, senza alcuna corrispondenza con il mondo reale. Nonostante la possibilità di scegliere le notizie da un calderone infinito e alla portata di tutti, moltissime persone finiscono per innalzare alcune fonti d’informazione a fonti di verità, per cui la condivisione di un certo tipo di pensiero a scapito di un altro diventa un rituale automatico e acritico.

Ovviamente, non tutte le mobilitazioni via web sono da considerarsi inutili o dannose, ci sono alcune esperienze di successo che tuttavia, per quanto interessanti, non rappresentano la regola. Purtroppo, la maggior parte delle mobilitazioni sociali che imperversano via mail e all’interno dei social network non sono altro che rumore. Vi è mai capitato di ricevere inviti a manifestazioni che annunciano l’arrivo di un giorno X, in cui cambierà qualcosa di fondamentale, con la notizia che ci sono migliaia e migliaia di persone che hanno aderito?

In fondo il problema principale è di onestà. La rete è una fonte inestimabile d’informazione e conoscenza, leggere molto fa bene, parlare con altre persone fa bene, ma bisogna ricordare che oltre alle letture e alle discussioni in rete ci sono azioni di altro tipo. Fuori dal web, in aggiunta alle fiaccolate e ai volantinaggi (che tra l’altro non piacciono a tutti) esiste una miriade di cose più piccole e quotidiane che ognuno di noi può fare, decidete voi cosa, basta che per farla non ci sia bisogno di battere su una tastiera. Se non vi viene in mente niente, allora forse dovreste rifletterci un po’ su.

Per finire condividiamo con voi il frammento di un podcast della trasmissione 610 di Radio 2, che ironicamente parla di un certo tipo di protesta on line. Buon ascolto.

Segnalibri

Posted in Cittadinanza digitale and tagged , , .

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>